Quie Quitting sul posto di lavoro, quasi nessuno lo sa: cosa succede

Fare il minimo indispensabile al lavoro ha un nome: si chiama quiet quitting e può essere sinonimo di un malessere di non poco conto. Ma se qualcuno ci marca?

Si chiama quiet quitting. Forse qualcuno ne è affetto ma non sa dargli un nome. Non si tratta di una malattia ma di uno stato di essere relativo al mondo del lavoro: significa fare il minimo indispensabile in ambito lavorativo. A darne una definizione è l’Ansa. Ma vediamo di scoprirne qualcosa di più…

Quiet quitting Finanza Rapisarda

Quiet quitting, che cos’è?

Quiet quitting, un gioco di parole dal significato profondo, che dovrebbe far riflettere-  e pure tanto-  sulla società odierna. Volendo tradurre letteralmente il quiet quitting potrebbe essere reso in italiano come un silenzioso lasciar andare. È come uno smettere in parte di lavorare senza farsi notare. In poche parole , significa fare lo stretto necessario sul lavoro, il minimo sindacale.  Ergo, non vuol dire non fare il proprio lavoro ma limitarsi soltanto a svolgere il minimo nelle proprie mansioni. Sì, ok, diranno molti di voi, sai che novità! E’ sempre esista gente che si comporta così ma è anche vero che chi lo fa è sovente non per svogliatezza ma per colpa del suo posto di lavoro che giudica poco e – in certi casi- per nulla stimolante.

Un moto di ribellione

Forse si tratta di un moto di ribellione,  o ancora una sorta di protesta, o per dirla in maniera raffinate e poetica  uno Sturm und Drang lavorativo, oppure di un sintomo di insoddisfazione, e pure assai forte,  sul posto di lavoro, oppure di entrambe le cose. Certo è che il quiet quitting si starebbe diffondendo a macchia d’olio in questo momento storico non solo tra i giovani. Come mai?

Come suggerisce l’Ansa, secondo una ricerca di TherapyChat in collaborazione con Ipsos, la condizione lavorativa influenzerebbe il benessere psicologico per il 46 %dei lavoratori. Se l’antico detto recita “primum vivere deinde philosophari”, oggi si potrebbe trasformare nell’italiano “prima vivere, poi lavorare”.  Ma come mai questo cambio di rotta?

Le cause

A metterci lo zampino è stato anche lo smart working, ovvero  il lavoro da casa. Stare nel comfort della propria abitazione dovendo dedicare più tempo al lavoro che alla cura della propria casa e di se stessi può aver avuto- dati alla mano-  il suo peso. Oltre questo, il quiet quitting potrebbe trarre la propria origine e aver messo saldamente le sue basi, con tanto di radici belle profonde.  in  un lavoro per nulla  insoddisfacente o poco stimolante. Ma anche i colleghi e i capi in ufficio o in azienda potrebbero indurci a vivere questo malessere. Inoltre il fatto di non essere sovente premiati nel nostro lavoro ci fa sentire tristi e depressi. E di non meno considerazione è il fatto che oggi siamo tutti connessi grazie a pc, tablet, cellulari e questo ci porta a essere raggiungibili a ogni ora anche dai nostri capi e dai clienti.

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La soluzione

La soluzione può essere la via di mezzo: ritrovare il proprio work-life balance. Tradotto in italiano, vuol dire ritrovare un personale equilibrio tra lavoro e vita privata che come tale deve assolutamente rimanere. Quindi non rispondere a email o chiamate di lavoro in momenti dedicati al relax, ai noi stessi e alla famiglia. Di contro dare il massimo quando si lavora, senza perdere tempo in altre mansioni.