<?xml version="1.0" encoding="ISO-8859-1"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Appunti di economia &#187; Economia industriale</title>
	<atom:link href="http://www.finanzarapisarda.com/educational/category/economia-industriale/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Fri, 06 Aug 2010 13:55:35 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.3</generator>
		<item>
		<title>Privatizzazioni e nuovi attori 1996-2001</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/291/privatizzazioni-e-nuovi-attori-1996-2001.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/291/privatizzazioni-e-nuovi-attori-1996-2001.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 17:05:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia economica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[storia economica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=291</guid>
		<description><![CDATA[L&#8217;adesione alla moneta unica ed il risanamento obbligato La decisione di entrare subito nell&#8217;unione europea costrinse Prodi ad una manovra finanziaria molto pesante in grado di riportare l&#8217;inflazione dal 4% a circa l&#8217;1,7%. Contestualmente si dovette modificare la politica industriale attraverso: - sussidi all&#8217;impresa del mezzogiorno; - privatizzazione di imprese pubbliche e liberalizzazione dei servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;adesione alla moneta unica ed il risanamento obbligato</strong><br />
La decisione di entrare subito nell&#8217;unione europea costrinse Prodi ad una manovra finanziaria molto pesante in grado di riportare l&#8217;inflazione dal 4% a circa l&#8217;1,7%. Contestualmente si dovette modificare la politica industriale attraverso:<br />
- sussidi all&#8217;impresa del mezzogiorno;<br />
- privatizzazione di imprese pubbliche e liberalizzazione dei servizi pubblici;<br />
- ridefinizione normativa della corporate governance con l&#8217;introduzione di norme per una maggire trasparenza dei bilanci.<span id="more-291"></span><br />
Uno dei problemi principali che aveva l&#8217;Italia era quello di non riuscire a spendere I fondi comunitari per le aree depresse se non in minima parte, anche perchè piuttosto che realizzare progetto veri e propri come avveniva in Francia, se era soliti distribuire I fondi direttamente alle imprese. Bisognava organizzare una programmazione pubblica in modo da costringere le regioni a realizzare progetti su cui poi rendere conto all&#8217;Unione Europea.<br />
<strong>La chiusura dell&#8217;IRI e la liberalizzazione delle telecomunicazioni</strong><br />
Il 28 giugno 2000 si riunì l&#8217;ultimo CDA dell&#8217;IRI per decretarne lo scioglimento, visto che era stato compiuto il compito di privatizzare o liquidare tutte le partecipazioni come era stato stabilito nel 1997.<br />
Fin da subito, nel 97, se cedette il comparto dei telefonici (Telecom) collocandolo presso un pubblico molto diffuso. Successivamente, sempre in quell&#8217;anno la Maccarrone passò a Benetton così come Banca di Roma ed Ifi. Nel 1998 fu il turno di Alitalia, che dopo essere stata ricapitalizzata venne collocata permettendo all&#8217;Iri di scendere dall&#8217;85% al 53%. Sempre nel 1998 furono raggruppate tutte le attività aerespaziali e della difesa su Finmeccanica, che dopo la ristrutturazione verrà quotata nel 2000. Nello stesso 2000 verrà conclusa anche la privatizzazione di Autostrade che finirà in mano dei Benetton. Infine si procederà con la cessione di Aeroporti di Roma alla Gemina di Romiti. Dal 1997 al 2000 l&#8217;IRI fece dismissioni per un totale poco inferiore ai 210mila miliardi di lire, le partecipazioni rstanti furono quelle in Rai, Tirrenia, Fimcantieri ed Alitalia.<br />
Sul mercato azionario finiscono moltissime valide società in pochi anni, permettendo uno sviluppo della borsa che fino a poco prima era marginale. Il pubblico dei risparmiatori si avvicina al mercato azionario permettendo al governo di ridurre le emissioni di titoli a reddito fisso e migliorando quindi, almeno in parte, l&#8217;indebitamento. Le imprese cedute sino al 2000 dall&#8217;Iri capitalizzano il 33,9% dell&#8217;intera capitalizzazione di borsa.<br />
La vendita di Telecom dette il via alla liberalizzazione del settore telefonico, cui seguirono le licenze per I cellulari di prima generazione e per gli UMTS. LA scalata ostile a Telecom da parte di Colaninno tramite Olivetti portò alla luce il nuovo capitalismo, quello cresciuto all&#8217;interno dei distretti. La nuova Olivetti-Telecom era un gruppo molto indebitato e con una lunghissima catena di controllo molto omogenea (scatole cinesi). Il gruppo nel 2001 fu acquistato da Tronchetti Provera senza ricorrere all&#8217;offerta pubblica.<br />
<strong>Attori e scenari al vertice dell&#8217;industria italiana.</strong><br />
Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da importanti cambiamenti:<br />
- La dismissione della società facenti parti dell&#8217;Iri;<br />
- Nuovi imprenditori e distrettiindustriali;<br />
- Riorganizzazione delle vecchie famiglie.<br />
I privati si riorganizzarono ed entrarono in quei settori un tempo ad esclusivo appannaggio pubblico e che presentavano utili superiori alla media a fronte di una concorrenza non elevata. Ad esempio Montedison abbandona la chimica per dedicarsi alla telefonia ed all&#8217;energia (acquisendo le centrali Falk), o i Benetton acquisiscono Autogrill ed Autostrade, mentre municipalizzate come Aem ed Acea crescono tanto e decidono di ampliarsi verso settori a loro nuovi come le telecomunicazioni. Con la scomparsa dell&#8217;Iri al vertice dell&#8217;industria italiana restano solo Fiat, Eni e Telecom per fatturato.<br />
<strong>Oligopolio europeo, globalizzazione e nuovi giochi italiani</strong><br />
All&#8217;estero si stava sviluppando un modello d&#8217;impresa basato sulla proprietà diffusa con un nocciolo duro aziendale molto piccolo ed in mano a grosse banche o azionisti stabili. Tutto il resto finiva sul mercato. Le imprese italiane il cui nocciolo duro è a carattere familiare o parentale sono poco diffuse come azionariato e praticamente non scalabili. Ad aumentare ulteriormente la staticità dell&#8217;azionariato concorrono accordi parasociali e concordati vari.<br />
Tale situazione ha reso impossibili scalate e fusioni ed ha inciso nella già ridota dimensione (medio-piccola) delle imprese italiane con non sono riuscite ad adeguarsi alle società estere che fusione dopo fusione erano arrivate ad operare quasi da oligopolisti. Inoltre le società italiane attive si occupano di settori non innovativi e a basso contenuto tecnologico, con investimenti insufficienti e ipotecando cioè il loro futuro. Oltre I ¾ dell&#8217;occupazione italiana è garantita dalle piccole e medie imprese, contro una percentuale decisamente inferiore rispetto agli altri stati.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/291/privatizzazioni-e-nuovi-attori-1996-2001.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le imprese italiane negli anni del rilancio europeo 1985-96</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/289/le-imprese-italiane-negli-anni-del-rilancio-europeo-1985-96.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/289/le-imprese-italiane-negli-anni-del-rilancio-europeo-1985-96.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 17:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia economica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[made in italy]]></category>
		<category><![CDATA[storia economica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=289</guid>
		<description><![CDATA[L&#8217;industria alimentare in europa Negli anni 70 il mercato alimentare era basato su imprese medio piccole, specializzate ed operanti localmente, a parte due multinazionali quali Nestlè ed Unilever. Nella seconda parte degli anni 80 con la possibilità di esportare prodotti liberamente, si rende necessaria una riorganizzazione del settore, che avverrà tramite fusioni ed acquisizioni. Danone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;industria alimentare in europa</strong><br />
Negli anni 70 il mercato alimentare era basato su imprese medio piccole, specializzate ed operanti localmente, a parte due multinazionali quali Nestlè ed Unilever. Nella seconda parte degli anni 80 con la possibilità di esportare prodotti liberamente, si rende necessaria una riorganizzazione del settore, che avverrà tramite fusioni ed acquisizioni. Danone (BNS) e Fiat si uniscono ed iniziano una lunga serie di acquisizioni tale da impensierire le due multinazionali che si vedono anche loro costrette a concentrare ulteriormente il mercato.<span id="more-289"></span> A questi tre grossi gruppi si contrappongono Parmalat e Barilla, che nonostante le piccole dimensioni hanno politiche aggressive e si sviluppano velocemente. Anche il mercato della pasta s iva via via concentrando con le acquisizioni di Danone-BNS e soprattutto di Barilla (leader della pasta) che crescerà per linee esterne entrando anche nel comparto dei biscotti in cui il leader è BNS. Nella produzione di zucchero troviamo il gruppo Ferruzzi che attraverso Eridania acquisisce il controllo del mercato, ed espandendosi all&#8217;estero arriva ad essere il primo produttore in europa. La Buitoni Perugina venne acquisita da Debenedetti nel 1985 e poco dopo venne rivenduta a Nestlè. Sono anni in cui spariscono imprese storiche (Buitoni-Galbani) acquisite da multinazionali. Compaiono nuove stelle (Parmalat, Zonin e Cremonini) e cadono stelle come Ferruzzi.<br />
Automobile e componentistica auto<br />
Alla fine degli anni 60 ogni stato aveva il suo produttore nazionale, che all&#8217;interno operava quasi senza concorrenza. Venivano prodotte quasi esclusivamente utilitarie e poche macchine di lusso. Dagli anni 70 in poi l&#8217;equilibrio si rompe ed I produttori sono costretti a penetrare anche nei mercati internazionali per sopravvivere. La ristrutturazione verso questa strada per Fiat non fu affatto facile e nel 1974 venne chiamato come AD Cesare Romiti, fortemente voluto da Mediobanca. La Fiat venne ristrutturata come holding e scorporata in attività.<br />
Negli anni 80 la famiglia Agnelli diversificò ulteriormente il proprio portafoglio entrando nel settore alimentare, ma anche assicurativo, chimico ed editoriale. Contemporaneamente riduce la partecipazione in Fiat, lasciando a Romiti piena libertà di movimento.<br />
Anche Pirelli incontra qualche difficoltà dopo la mancata fusione con Dunlop e la fallita aacquisizione di Firestone e Continental. La situazione patrimoniale è drammatica e Tronchetti Provera, appena salito al comando, inizia un ridimensionamento del gruppo investendo in fibre ottiche e cavi. Nel 2001 il gruppo è risanato e scalerà Telecom.<br />
Sono anche anni di alleanze, fusioni ed acquisizioni: Daimler acquisisce Chrisler, menter Renault stringe una partnership con Nissan. Fiat si muove verso GM.<br />
<strong>Elettrodomestici bianchi</strong><br />
L&#8217;apertura del mercato giovò molto ai costruttori di elettrodomestici bianchi, che avevano innovato molto un prodotto semplice e si erano dotati di impianti dimensionalmente adeguati che gli permettevano di essere molto competitivi. I vecchi leader europei risposerò con un pò di ritardo alla nuova concorrenza italiana, concentrando il mercato alla fine degli anni 60. L&#8217;eccesso di capacità produttiva ed una domanda stagnante portò I produttori italiani in crisi. Le società come Ignis e Zanussi furono acquisite. Un pò più fortunati furono I Merloni ed I Fumagalli, che svilupparono aspetti economico finanziari diversi premiando la crescita interna, basata sulle innovazioni di prodotto, e facendo delle acquisizioni molto più oculate.<br />
<strong>L&#8217;industria chimica</strong><br />
Il settore che più risentì della crisi fu quello chimico. Nel 1973 vi fu uno shock nei prezzi del petrolio cha passarono da 2 a 13 dollari in un mese, creando una vera e propria crisi petrolifera che mise a nudo la sovracapacità degli ipianti obsoleti. Nella prima parte degli anni 80 si procedette ad eliminare ¼ della capacità produttiva ed a concentrare il mercato al fine di recuperare un pò di redditività da impiegare in quei settori sempre chimici ma con margini maggiori.<br />
Montedison alla fine degli anni 80 grazie alle sue innovazioni era diventata, insieme alla partner Hercules, la leader del mercato delle materie plastiche. Nel 1987 Hercules volle uscire dal business e Montedison acquisì l&#8217;attività. In quegli anni Raoul Gardini tramite Ferruzzi acquisì Montedison e riorganizzò le attività chimiche in die comparti: Hymont e Enimont.Enimont era nata incrociando le attività di Montedison ae Eni che adesso ne possedevano il 40% a testa, mentre il rimanente 20% era sul mercato. Ne era venuto fuori un colosso, che però non andò come si sperava per l&#8217;impossibilità di fondere I due management. La vicenda si trascinò per le lunghe, fino a quando Eni acquisì il 40% che era in mano di Montedison ad una cifra considerata all&#8217;epoca stradosferica. Nonostante Gardini fosse uscito da Ferruzzi nel 1991, incassando una buona uscita da 500 miliardi, non riusci ad evitare il procedimento che lo portò sotto inchiesta proprio per le cifre necessitate per la liquidazionie Enimont. Morì suicida nel 1993.<br />
Nello stesso anno il gruppo Ferruzzi-Montedison proclamò la sua insolvenza, i Ferruzzi vennerò estromessi ed il salvataggio avvenne per mano delle banche creditrici, che la rinominarono Compart e la fecero uscire dal settore chimico. La nuova Montedison si concentrò nel settore alimentare con Eridonia ma anche nel farmaceutico e sucessivamente nelle telecomunicazioni (edisontel) ed energia, acquisendo la Falk. Nel 2001 venne scalata con opa ostile da Fiat ed EDF.<br />
<strong>Il made in Italy e l&#8217;emergere di nuovi protagonisti</strong><br />
De Benedetti nel 1976 aveva venduto Gilardini alla Fiat in cambio del 5% della società e di un posto come AD. Ne uscì un anno dopo per incompatibilità con gli Agnelli. Tramite la sua finanziaria CIR acquisisce Olivetti, il Banco Ambrosiano Veneto (rapidamente rivenduto), la Buitoni Perugina (rivenduta a Nestlè) e altre società molto diversificate. Quando usci da Olivetti si concentrò maggiormente in un gruppo facente capo a Repubblica-Espresso.<br />
Benetton, che inizialmente aveva un&#8217;impresa non diversa dalle altre intuisce che non c&#8217;è bisogno di un&#8217;unica fabbrica ma bisogna organizzare una rete di fabbriche autonome attraverso una logica accentrata per produrre beni di qualità da vendere attraverso una rete distributiva dedicata (in franchising). Il nuovo approccio all&#8217;imprenditore di questi anni può essere delineato in 4 punti:<br />
- rapporto più intenso tra impresa e territorio, che porta ad utilizzare canali di subfornitura;<br />
- sono tutte imprese con vocazione internazionale;<br />
- vengono innovati con intelligenza settori tradizionali maturi;<br />
- c&#8217;è una facilità nella gestione dei subfornitori che si ottimizzano facilmente. L&#8217;impresa capo deve occuparsi della logistica ed il brand, cioè gli intangibili asset che hanno reso famoso il Made in Italy.<br />
Le nuove società non ricorrono più all&#8217;indebitamento bancario ma vengono quotate nei mercati internazionali. Le attività non cruciali del business pian piano vengono trasferite nell&#8217;est per sfruttare le possibilità di costi inferiori.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/289/le-imprese-italiane-negli-anni-del-rilancio-europeo-1985-96.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Politiche nazionali e rilancio europeo 1985-96</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/285/politiche-nazionali-e-rilancio-europeo-1985-96.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/285/politiche-nazionali-e-rilancio-europeo-1985-96.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:57:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia economica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[privatizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[storia economica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=285</guid>
		<description><![CDATA[La programmazione e la politica industriale Il disordine economico e sociale internazionale non risparmiò l&#8217;Italia, costretta ad affrontare nuove spinte inflazionistiche e forti aumenti salariali. Il governo di quel periodo operò con l&#8217;appoggio esterno del PCI, al fine di operare interventi di riordino settoriale nati dalla concertazione tra imprenditori e sindacati. In ogni ambito settoriale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La programmazione e la politica industriale</strong><br />
Il disordine economico e sociale internazionale non risparmiò l&#8217;Italia, costretta ad affrontare nuove spinte inflazionistiche e forti aumenti salariali. Il governo di quel periodo operò con l&#8217;appoggio esterno del PCI, al fine di operare interventi di riordino settoriale nati dalla concertazione tra imprenditori e sindacati. In ogni ambito settoriale venne individuato un comitato interministeriale formalmente subordinato al CIPE ma di fatto autonomo in generale per questa fase di politica industriale vennero mobilitati ingenti mezzi, ma nel modo e nei tempi sbagliati.<span id="more-285"></span> Vennero infatti stanziate cifre enormi senza che poi vi fosse una reale copertura economica del progetto, ed interventi a pioggia che non hanno dato gli effetti desiderati. La programmazione triennale 1979-81 aveva come obiettivi il rientro dell&#8217;inflazione, la riduzione del debito pubblico, il riequilibrio della bilancia dei pagamenti e la stabilità del cambio, tutti obiettivi da perseguire tramite una politica monetaria restrittiva ma che non incidesse troppo con le leggi di settore atte al rilancio dell&#8217;economia. Il piano a medio termine 81-83 delineava l&#8217;istituzione di un fondo per finanziare opere straordinarie a carico delle amministrazioni pubbliche per attivare investimenti che contrastino la tendenza recessiva dell&#8217;economia.<br />
Viene stanziato un piano di riodino del mezzogiorno che prevedeva la sostituzione della cassa del mezzogiorno con una molteplicità di soggetti (enti di assistenza, regioni enti locali pubblici e privati). Tale piano non teneva conto che nel mezzogiorno non vi fossero soggetti pubblici o privati che avessero competenze e mezzi per avanzare progetti ed accedere quindi ai mezzi stanziati dal nuovo intervento straordinario.<br />
<strong>Il difficile avvio delle privatizzazioni: il caso Alfa Romeo</strong><br />
L&#8217;Iri era arrivata ad avere oltre 500000 dipendenti ed un numero spropositato di partecipazioni. Bisognava procedere alla privatizzazione di quelle attività che erano giunte all&#8217;Iri in virtù di salvataggi durante situazioni di crisi ma che non erano più di interesse strategico per il gruppo.<br />
Prima dell&#8217;83 si procedette solo alla smobilizzazione delle imprese di poco conto, quindi si provò con l&#8217;azienda agricola Maccarese e con la Sme. La cessione della Maccarese avvenne tramite scritture private ad un gruppo agricolo che operava nei pressi di Roma, tuttavia l&#8217;Iri fu costretta a riacquistarla a causa di un cavillo legale trovato dai sindacati per invalidare la vendita.<br />
La Sme si occupava di energia, ma quando cedette tutte le centrali ad Enel entrò nel settore alimentare. L&#8217;Iri provò a cedere la Sme a Buitoni-Perugina (De Benedetti), che ne avrebbe garantito una forte crescita in Italia e all&#8217;estero. A tale cessione, avvenuta per mezzo di scrittura privata, si opposero i competitors Barilla e Ferrero che costrinsero l&#8217;Iri al dietro front.<br />
In questo clima di cessioni andate male si provò a cedere anche Alfa. Inizialemnte sembrava che tutto fosse fatto con General Motors ma alla fine venne raggiunto un accordo con Fiat e nel 1987 la cessione f portata a termine.<br />
<strong>Il Rilancio del processo di integrazione europeo</strong><br />
Il piano di rilancio europeo presentato nel 1985 si basava su un piano settennale che avrebbe indotto le nazioni a rimuovere le residue barriere non tariffarie, con l&#8217;effettiva eliminazione delle dogane. Questo rilancio richiedeva un&#8217;azione di convergenza in materia di ordine pubblico e di normative sanitarie ed un rapido allineamento nei contesti fiscali e normativi. Quest&#8217;accelerazione nel processo di integrazione del mercato interno europeo rispondeva al bisogno delle grandi imprese di allargare la loro sfera d&#8217;azione in un&#8217;Europa sempre meno protetta da concorrenti americani e giapponesi.<br />
Con il Trattato di Maastricht del 1991 si rilancia una politica di forte sostegno alle aree marginali della comnità e contemporaneamente proebiva i sussidi pubblici alle imprese. Questa limitazione fu particolarmente sentita in Italia ed aprì la strada alla privatizzazione del sistema bancario.<br />
<strong>L&#8217;Italia nel rilancio europeo</strong><br />
Questa fase venne chiamata in Italia “economia del 92”<br />
Gruppo Ferruzzi: quando nel 1979 Serafino Ferruzzi morì in un incidente aereo, divenne capo del gruppo il marito della figlia Raul Gardini. Il gruppo si occupava della produzione/lavorazione/commercio di semi oleosi e tramite la controllata Eridanea era tra i principali produttori di zucchero europei. Un successo manageriale dietro l&#8217;altro lo condussero a scalare Montedison, di cui tenne solo le attività terziarie rivendendo le altre (tra cui Standa e Fininvest).<br />
De Benedetti: In quegli anni provò a scalare Societè Generale Du Belgique, il forziere dell&#8217;intera industria Belga. L&#8217;assalto venne respinto con l&#8217;aiuto di interessati cavalieri bianchi francesi ed in particolare il gruppo Suez. La scoperta della finanza trasformava industriali cresciuti in ambiti produttivi molto specifici in improbabili riders, con il risultato complessivo di delineare gruppi poco integrati con un livello di frammentazione molto superiore ai concorrenti europei.<br />
Berlusconi: partito dal settore immobiliare, si amplia nella finanza connessa agli immobili, per poi scoprire le televisioni e diventare lui stesso cavaliere bianco dei Mondadori salvandoli dall&#8217;assalto di DeBenedetti. Nel 1993, in piena tangentopoli, Berlusconi entra in politica divenendo presidente del consiglio un anno dopo.<br />
L&#8217;uscita dallo Sme il 21 settembre del 1992, determinata dall&#8217;impossibilità per l&#8217;Italia di restare nel sistema monetario europeo, gravata da un deficit interno e da un&#8217;elevata inflazione, dette il via ad una supersvalutazione che ridusse del 40% il valore della lire. Due furono gli effetti strutturali della svalutazione: il primo derivò dalla possibilità di competere in un mercato aperto ricorrendo alla svalutazione, non agendo quindi sui fattori strutturali della competitività, ma solo compensandone gli squilibri per via macroeconomica. Il secondo effetto, riguarda l&#8217;incertezza nel cambio, che colpì sorattutto le imprese importarici di beni in dollari (tra cui componenti ad alto contenuto tecnologico).</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/285/politiche-nazionali-e-rilancio-europeo-1985-96.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ristrutturazione industriale e crescita, 1975-85</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/282/ristrutturazione-industriale-e-crescita-1975-85.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/282/ristrutturazione-industriale-e-crescita-1975-85.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:53:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia economica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>
		<category><![CDATA[distretti industriali]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=282</guid>
		<description><![CDATA[Anni di piombo e solitudini europee Il venir meno del regime di stabilità del cambio ed il forte aumento del costo delle materie prime, in special modo del brent, portò ad uno stravolgimento della visione dell&#8217;economia e soprattutto de lsistema di produzione che non poteva più essere di massa ma doveva adattarsi repentinamente ai mutamenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anni di piombo e solitudini europee</strong><br />
Il venir meno del regime di stabilità del cambio ed il forte aumento del costo delle materie prime, in special modo del brent, portò ad uno stravolgimento della visione dell&#8217;economia e soprattutto de lsistema di produzione che non poteva più essere di massa ma doveva adattarsi repentinamente ai mutamenti del mercato. Al fine di contenere almeno parzialmente la fluttuazione dei cambi con l&#8217;adesionoe allo SME, si decise che il range massimo di fluttuazione tra le valute europee non dovesse superare il 2,75%.<span id="more-282"></span> Ciò però danneggiava l&#8217;Italia, abituata a svalutare la lira per aumentare la propria competitività. Dopo varie contrattazioni, si giunse ad un accordo che permise all&#8217;italia di poter far oscillare la lira del 6%. Ad un disordine economico produttivo ne seguì uno molto marcato di natura sociale. In uesti anni si susseguirono attentati terroristici/mafiosi ed una lunghissima serie di scioperi.<br />
Dalla produzione di massa allla concorrenza globale<br />
Alla fine degli anni 60, dopo continui cali, le imprese tornarono flebilmente ad investire, ma prevalentemente per sostituire il capitale umano con quello delle macchine e per rimodernare gli impianti obsoleti senza però modificare l&#8217;organizzazione produttiva. Tale ammodernamento privo di inovazione nell&#8217;organizzazione produttiva porterà le grandi imprese ad una successiva crisi quando si passerà rapidamente da un mercato di massa ad uno in cui prevarranno le economie di scopo.<br />
Nei mercati dei beni di massa (fordismo) l&#8217;efficienza produttiva la si raggiungeva con alti volumi di produzione di beni omogenei. Gli alti costi iniziali ed eventualmente di dismissione creavano grosse barriere. La concorrenza era basata sui prezzi ed alle piccole e medie imprese venivano lasciate le sole nicchie. Alla metà degli anni &#8217;70 il mercato di massa di primo acquisto era già saturo, divenne perciò necessario premere su una domanda di sostituzione da sviluppare con differenziazioni di prodotti e continue innovazioni. Di fronte al calo della domanda interna I var iproduttori, venendo meno le barriere tariffarie, iniziarono ad esportare I loro prodotti nei mercati vicini facendo diventare mercato e concorrenza davvero globali. Si passa lentamente da una produzione di massa ad una economia di scopo che prevedeva appunto un aumento dela gamma dei prodolli e una riduzione del numero di unità prodotte per tipologia, senza disporre quindi dei vantaggi delle economie di scala.La parola d&#8217;ordine diventa flessibilità, ottenibile tramite la destrutturazione delle imprese verticalmente integrate con la creazione di impianti più piccoli ma specializzati e imprese funzionanti all&#8217;interno del gruppo dove al vertice stanno le holding industriali che si occupano del controllo finanziario e di quello strategico.<br />
In questi anni di destrutturazioni iniziano a svilupparsi i distretti industriali, basati su strutture snelle ed efficienti in cui dilagava il sommerso, giustificato dalla necessità di sfuggire preima dai sindacati e poi fisco, ritenuto troppo oppressivo. Questi piccoli gruppi, capeggiati da padroncini, in pochi anni si svilupparono tanto da divenire dei grossi gruppi industriali capaci I innovare il prodotto da vendere nel mercato interno ma soprattutto all&#8217;estero.<br />
<strong>La riorganizzazione degli impianti e delle imprese</strong><br />
Gli investimenti realizati a fine anni &#8217;70 non indicano una fase di espansione ma sono riorganizzazioni degli impianti esistenti. Negli anni 50-60 venivano prodotti molti modelli base per grand quantità, con le innovazioni che divenivano presenti solo a partire dal successivo modello, con gli anni 80 vi sono invece modelli presentati tutti insieme e molto diversificati (vedi ad esempio fiat). La fabbrica degli anni 50-60 era data da linee di produzione lunghe ed ognuna adatta ad un solo ed unico modello: qui per inserier una innovazione era necessario bloccare la linea, introdurre l&#8217;innovazione e far ripartire il sistema. Negli anni 80 diventa una grande matrice, dove I pezzi vengono costruiti in maniera standard e quindi vengono utilizzati per più modelli, riducendo cos&#8217; il numero di modelli ed aumentando I cruppi comuni a più modelli. L&#8217;impresa si riorganizza concentrando nei singoli impianti la produzione di una famiglia di beni differenziati governando il tutto come se fosse un&#8217;unica grande fabrica.<br />
<strong>Piccole imprese e distretti industriali</strong><br />
Le campagne e le vallate a ridosso del triangolo industriale, che per anni avevano fornito lavoratori giovani, iniziano a pullulare di iniziative tanto da accaparrarsi il nome di “terza italia”, in contrapposizione al nord ovest industrializzato ed il sud marginalizzato. Tali distretti industriali sono aree aventi una forte specializzazione produttiva su base locale, all&#8217;interno dei quali è possibile rintracciare una divisione del lavoro fra imprese guida, che raggiungono il mercato con i propri marchi, ed imprese di subfornitura e di macchine o servizi. I vantaggi offerti da tale sistema sono:<br />
- la possibilità di variare i volumi di produzione in base alle esigenze, affidando ai diversi subfornitori la realizzazione di beni semplici;<br />
- la possibilità di offreire prezzi bassi riuscendo ad evadere le condizioni che venivano imposte alle imprese strutturate.<br />
I punti di forza risiedono quindi nella capacità di gestione e di adattamento. Non essendo legati a grandi vincoli di subfornitura le piccole imprese non sono entrate in crisi come le grandi imprese, garantendo crescita ed occupazione.<br />
Negli anni 80 anche nei distretti emergono I primi leader come Benetton o Luxottica, che iniziano a rifornirsi anche da fornitori esterni. La tradizionae teoria del ciclo di vita del prodotto era fondata essenzialmente sulla separazione dei mercati distinti in ragione di una domanda interna diversa per livelli e stadi di maturazione dello specifico prodotto, così che era possibile operare in diversi paesi successivamente, trasferendo gli stessi prodotti da paesi a domanda “matura” a paesi più arretrati nello sviluppo dei consumi di quel prodotto.<br />
Il nuovo processo di internazionalizzazione si configura invece nell&#8217;ambito de un processo di globalizzazione della concorrenza, cioè una situazione di mercato in cui si confrontano imprese mltiprodotto, in grado di apreire contemporaneamente su più segmenti e più mercati locali, giocando diversi vantaggi produttivi su vari posizionamenti di mercato.<br />
In conclusione, negli anni 75-85 le imprese italiane hanno ricercato essenzailemnte condizioni operative in grado di rispondere in modo efficace alla possibilità di produrre beni differenziati con vantaggi di scala, in un contesto non di espansione dei volumi di produzione. Ciò è avvenuto:<br />
- dall&#8217;alto, riorganizzando la produzione rigida fordista, in un “sistema di produzione”, composto da fasi e flussi dagestire non più per linee separate ma come insieme integrato;<br />
- dal basso, formalizzando progressivamente le relazioni tra piccole imprese e quindi organizzando sistemi di piccole imprese specializzate per fasi e legate da relazioni funzionali all&#8217;interno di un&#8217;area individuata come distretto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/282/ristrutturazione-industriale-e-crescita-1975-85.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La crisi economica più lunga 1965-75</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/280/la-crisi-economica-piu-lunga-1965-75.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/280/la-crisi-economica-piu-lunga-1965-75.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:50:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia economica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[storia economica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=280</guid>
		<description><![CDATA[La nazionalizzazione dell&#8217;energia elettrica Già nel 1962 si parlava dell&#8217;opportunità di poter dare alla noazione un indirizzo di fonod economico atto ad assicurare un ritmo costante e non squilibrato alla crescita economica, tenendo in considerazione il consenso delle parti sociali in modo da evitare tensioni. Il comitato interministeriale per la programmazione economica doveva occuparsi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La nazionalizzazione dell&#8217;energia elettrica</strong><br />
Già nel 1962 si parlava dell&#8217;opportunità di poter dare alla noazione un indirizzo di fonod economico atto ad assicurare un ritmo costante e non squilibrato alla crescita economica, tenendo in considerazione il consenso delle parti sociali in modo da evitare tensioni. Il comitato interministeriale per la programmazione economica doveva occuparsi di ciò quando però in realtà la situazione economica e sociale aveva già preso una brutta piega.<span id="more-280"></span> La necessità di acquisire un seguito anche nelle classi sociali più povere era ben perrcepita dal governo delle DC, che fece di tutto per spaccare il fronte delle sinistre attraendo a se il partito socialista. A tal fine, anche per dimostrare un certo vigore contro I monopoli e favorire uno sviluppo di lungo periodo vene deciso di nazionalizzare l&#8217;energia elettrica, al tempo prevalentemente gestita da edison ed altre società minori. In realtà la nazionalizzazione non fu un processo indolore e moltissimi furono gli esperti che la definirono priva di senso economico, infatti per accaparrarsi le centrali esistenti lo stato pagò quasi duemila miliardi di lire alle 70 società che le gestivano, tra cui sip e sme. Tale valutazione derivava dal prezzo medio che tali società avevano avuto nel biennio 59-61 e che però era a premio di oltre il 30% rispeto al valore del 1962. L&#8217;operazione venne finanziata, in venti rate semestrali, con un prestito obbligazionario contratto da Enel ad un tasso del 5,5%.<br />
<strong>Il decennio 1965-1975: Gli autunni caldi</strong><br />
Quando nel 1965 venne dichiarata l&#8217;inconvertibilità del dollaro in oro cadde di fatto il regime a cambi fissi che aveva dato stabilità nei rapporti fra le nazioni per 25 anni. La crescita del costo delle materie prime e l&#8217;aumento del costo del lavoro resero instabile il patto sindacale. Dalla crisi del 1963 in poi gli investimenti prima privati e poi pubblici si contraggono sensibilmente. L&#8217;unico elemento positivo in un contesto di profonda crisi è rappresentato solo dall&#8217;export, favorito dalla politica di svalutazione sistematica della lira. A partire dal 1969 tale politica non si rivela vincente a causa del forte aumento delle materie prime. Tra il 1969 ed il 1973, nonostante un periodo caratterizzato da conflittialità e stagnazione, riprendono gli investimenti che probabilmente sono atti a sostituire la forza lavoro con le macchine. Fino al 1976 saranno anni in cui a lievissime riprese seguiranno sempre bruschi affondi con le imprese che ridurranno il loro capitale di rischio ricorrendo all&#8217;indebitamento bancario, avendo prospettive in crescita. In questi anni l&#8217;IRI entrerà nel settore alimentare e l&#8217;ENI in quello tessile.<br />
<strong>L&#8217;industria italiana nella recessione</strong><br />
Tra il 1963 ed in 1971 è possibile notare la diminuzione del peso delle imprese italiane autonome deai gruppi privati italiani, il forte aumento della presenza dei gruppi publici e il vertiginoso aumento della quota di fatturato delle imprese a capitale straniero. I finanziamenti offerti alle ex aziende elettriche furono dispersi in speculazioni, acquisizioni e scalate fallimentari che misero in luce quanto negativa fosse la classe imprenditoriale italiana. Gli interventi tramite le partecipazioni statali rappresentavano l&#8217;unico modo per porre al riposo un&#8217;industria oprivata al fiato corto da eventuali crisi dovute ad una cronica sottocapitalizzazione, alla bassa capacità tecnologica e ad un provincialismo che rilegava le imprese italiane a posizioni di dominanza solo sul mercato interno tradizionalmente protetto. Se avevano necessità di nuovo capitale le imprese italiane, in genere medio piccole ed a conduzione familiare, preferivano ricorrere all&#8217;indebitamento bancario piuttosto che al mercato mobiliare in cui magari sarebbe stato più facile trovare potenziali entranti competenti ed interessati a crescite sostenibili di lungo periodo.<br />
Sempre più il capitalismo italiano appare come un quadrato, ai cui vertici stanno da una parte il gruppo Fiat Agnelli e Montedison e dall&#8217;altra IRI ed ENI, ed al cui interno pochi centri svolgono la funzione di scambiatori ed intermediari, come Bastogi e le Generali sul lato privato e sempre più Mediobanca, che aveva capitale pubblico ed essendo quindi blindata poteva garantire gli equilibri.<br />
Dieci anni di crise fanno rpecipitare la situazione interna sia di Fiat che di Montedison. La prima è al centro di uno scontro sindacale gravissimo, mentre la seconda, che è stata scalata ostilenmte da Eni, tramite veti opposti ne blocca costantemente le decisioni. Si apre in questo clima la stagione di ristrutturazione della grande industria italiana e soprattutto della sua governance. Viceversa, in settori molto più piccoli si stava avviando un processo di ristrutturazione sistematico ma anche spontaneo che prevedeva il decentramento produttivo ed il lavoro su commessa. In questo modo si evitava il sorgere dei problemi sindacali e date le dimensioni più contenute ci si poteva adattare più velocemente alle variazioni congiunturali. Era l&#8217;inizio dei distretti industriali.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/280/la-crisi-economica-piu-lunga-1965-75.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il miracolo economico</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/277/il-miracolo-economico.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/277/il-miracolo-economico.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:46:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia economica italiana]]></category>
		<category><![CDATA[miracolo economico]]></category>
		<category><![CDATA[storia economica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=277</guid>
		<description><![CDATA[L&#8217;intervento dello stato e le partecipazioni statali L&#8217;industria italiana giunse alla soglia degli anni 50 con una struttura industriale devastata dallo sviluppo prebellico i cui la presenza pubblica era molto rilevante (siderurgia, meccanica oesante, cantieristica). Inoltre anche il sistema bancario dopo i vari salvataggi era in mano statale. A ciò bisogna aggiungere i continui interventi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;intervento dello stato e le partecipazioni statali</strong><br />
L&#8217;industria italiana giunse alla soglia degli anni 50 con una struttura industriale devastata dallo sviluppo prebellico i cui la presenza pubblica era molto rilevante (siderurgia, meccanica oesante, cantieristica). Inoltre anche il sistema bancario dopo i vari salvataggi era in mano statale. A ciò bisogna aggiungere i continui interventi pubblici a sostegno dell&#8217;industria politica e la politica di protezionismo. Nell&#8217;immediato dopoguerra si dovette aumentare l&#8217;apertura verso l&#8217;estero al fine di rilanciare sia le esportazioni che l&#8217;economia nazionale in genere.<span id="more-277"></span> Il Piano Sinigallia doveva rilanciare, ristrutturare e potenziare la siderurgia italiana al fine di adeguarla alle esigenze del settore meccanico, nucleo essenziale del sistema italiano. Il piano prevedeva lo sviluppo di 5 grandi impianti (Bagnoli, Piombino, Cornigliano, Taranto e Gioia Tauro) dislocati strategicamente lungo le coste italiane, da cui potevano essere prodotti e distribuitia basso costo ghisa, acciai e laminati. In questo modo si cercava tramite le partecipazioni statali, di sostenere lo sviluppo del settore economico privato producendo semilavorati a prezzi competitivi e realizzando le strutture a monte, altrimenti troppo costose per essere sviluppate dai privati. Questa era la filosofia dell&#8217;IRI, “sostegno e sviluppo”, che si sviluppò per tutto il decennio individuando un rapporto tra industria pubblica e privata. Così come l&#8217;IRI sostenne il settore meccanico, allo stesso modo ENI di Enrico attei, dietro mandato governativo, fece con il settore petrolifero e dei combustibili fino ad acquisire  Lebole, Lanerossi e Pignone.<br />
<strong>Siderurgia e Mezzi di Trasporto</strong><br />
La Fiat era un&#8217;impresa integrata orizzontalmente e verticalmente al cui interno si concentravano il ciclo completo dell&#8217;automobile ma anche la produzione di veicoli commercialie di macchine agricole, le produzioni ferroviarie e quelle aereonautiche. Gli Agnelli controllavano anche numerosissime società all&#8217;estero (Autobianchi, Lancia, Magneti Marelli), ed il gruppo era ulteriormente diversificato attraverso Cinzano, nel settore alimentare, Manchino nei cementi, Sai nell&#8217;assicurativo, Rinascente-Upim-Sma nella grande distribuzione e “La Stampa” nell&#8217;editoria, solo per citarne alcune. Quello che era il più grande gruppo privato italiano nel 1956 copriva il 93% della produzione nazionale di automobili.<br />
<strong>I restanti settori della meccanica</strong><br />
Particolarmente dinamiche furono le società che producevano macchine per cucire (Necchi e Singer) e la Olivetti con le sue macchine per uffico. Notevolissima fu la crescita dei cosiddetti elettrodomestici bianchi (Zanussi, Indesit, Ignis, Bianchi) caratterizzati da bassa tecnologia, bassa concentrazione e bassi capitali. Molto importanti in Italia, non riuscirono oerò ad esportare in maniera sostenuta all&#8217;estero, dove erano presenti marchi più prestigiosi. Il settore meccanico rappresentò il settore nuovo dell&#8217;economia ma bisognoa sottolineare come il miracolo economico fu sopstenuto solo da auto, macchine da scrivere ed elettrodomestici mentre gli altri vivevano situazioni difficili. La crisi del 1963-64, la stretta creditizia e la caduta dei consumi fu per molte aziende letale tanto da giungere nel settore degli elettrodomestici ad una forte concentrazione in aziende per lo più straniere.<br />
<strong>Il settore chimico</strong><br />
Lo sviluppo della chimica è da attribuirsi a quelle facilitazioni normative presenti in uno stato a medio sviluppo. Anche questo settore era da considerarsi nuovo e prevalentemente controllato da gruppi quali ENI, Montecatini, Edison e controllate.<br />
<strong>I settori tradizionali</strong><br />
Anche I settori tradizionali riuscirono a sfruttare il boom economico ed in particolare vi riuscì il settore tessile e quello alimentare, che si riorganizzarono in seguito ad una domanda che stava mutando verso profotti prima non richiesti quali la pasta preconfezionata, surrogati del cacao, gelati ed abiti confezionati.Numerose furono le imprese nate durante il boom, come Barilla, Lebole, Marzotto, Ferrero, etc.<br />
<em>Il miracolo economico ed i suoi limiti</em><br />
Il sistema industriale italiano, nella fase di sviluppo beneficiò di vantaggi derivanti dal situarsi a metà strada tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, infatti:<br />
- seppur in mano pubblica, era presente una struttura bancaria e finanziaria sviluppata che operava come se fosse autonoma e privata;<br />
- esisteva un&#8217;industria di base totalmente ristrutturata a carico dello stato che permetteva alle imprese private approvvigionamenti a prezzi bassi;<br />
- esistevano grandi imprese dotate di impianti recenti tali da rispondere alle nuove esigenze di produzione.<br />
D&#8217;altro canto l&#8217;Italia godeva dei vantaggi tipici di un paese sottosviluppato:<br />
- manodopera non specializzata abbondante ed economica;<br />
numerose zone ancora non congestionate;<br />
- consumi poveri e mercato interno quasi vergine.<br />
Imponente fu il travaso di manodopera tra I settori agricoli e quelli extra-agricoli, che corrisponde ad un&#8217;emigrazione tra le zone più propriamente agricole del centro-sud a quelle industrializzate del triangolo industriale.<br />
Uno dei limiti del miracolo economico venne proprio dal settore agricolo, in profonda crisi nonostante i tentativi di rilancio. L&#8217;agricoltura italiana non fu in grado di rispondere alle esigenze di consumo alimentare sorte dopo l&#8217;industrializzazione e costrinse lo Stato ad aumentare le importazioni con il consegunte squilibrio nella bilancia dei pagamenti. Il rapido inurbamento al nord portò ad una sensibile crescita del costo degli appartamenti divenuti via via più cari mentra el centro-sud il degrado aumentava. Alla fine del 1963 vi era:<br />
- forte instabilità della lira dovuta al disavanzo della bilancia commerciale e a speculazioni ribassiste;<br />
- forte aumento dei salari e dei prezzi, soprattutto al nord;<br />
- stanchezza tecnica degli impianti e livello tecnoligico basso.<br />
Fu necessario operare una brusca stabilizzazione con una stretta creditizia inizialmente brusca unita ad alcuni provvedimenti di natura fiscale che produsse deflazione con fortissimi cali degli investimenti industriali per il biennio 64-65, salvo poi risalire nel 1966.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/277/il-miracolo-economico.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Entrata ed uscita di nuove imprese e politica economica</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/274/entrata-ed-uscita-di-nuove-imprese-e-politica-economica.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/274/entrata-ed-uscita-di-nuove-imprese-e-politica-economica.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nascita delle imprese in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[politica economica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=274</guid>
		<description><![CDATA[Un settore industriale è caratterizzato da una forma lognormale e da un fenomeno di dinamica industriale che prevede entrata ed uscita di imprese. Giacomo Beccattini ha introdotto la soglia dimenzionale S da settore a settore, a sinistra della quale barriere all&#8217;entrata consentirebbero un continuo processo di avvicendamento. Le imprese appartenenti alla frangia di sinistra della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un settore  industriale è caratterizzato da una  forma  lognormale e da un  fenomeno di  dinamica industriale che prevede entrata ed uscita di imprese.<br />
Giacomo Beccattini ha introdotto la soglia dimenzionale S da settore a settore, a sinistra della quale barriere  all&#8217;entrata  consentirebbero  un  continuo  processo  di  avvicendamento.  Le  imprese appartenenti  alla  frangia di  sinistra della soglia S sono  in un ambiente caratterizzato da minori barriere  all&#8217;entrata  e  all&#8217;uscita  rispetto  alle  imprese  consolidate,  da  maggiore  turbolenza,  alter barriere di mobilità per  accedere nel gruppo di impresa consolidate.<span id="more-274"></span>I flussi in entrata e uscita in larga percentuale interessano perciò quella frangia di piccole e medie imprese vicine allo 0.  Può accadere che ci  sia un&#8217;uscita nella parte destra o anche che ci  sia un&#8217;entrata a destra,  specie se l&#8217;impresa arriva da un altro settore, ad esempio per motivi di diversificazione.<br />
Questi flussi in entrata ed uscita rappresentano una sorta di turbolenza, ovvero sono molto elevati specie nel caso delle piccole e medie imprese e riguardano prevalentemente imprese giovani. Ciò è spesso dovuto a causa del fenomeno di easy failure, molto diffuso in certi settori. In Italia assume sempre maggior rilevanza il fenomeno della mortalità infantile, che nei primi tre anni varia tra il 25 ed  il  40%.  Nei  primi  6-7 anni  di  attività  interessa circa  il  50% delle  imprese.  La natalità è un fenomeno importante ma non è di per se positivo, ciò vuol dire che in un caso come quello italiano i sussidi  forniti  per  agevolare  la  nascita  di  nuove  imprese  vanno persi  una  volta  su due,  senza considerare casi di free-riding, dove molte imprese potrebbero nascere solo ed esclusivamente allo scopo di percepire il  sussidio, per poi uscire.<br />
Un altro pregiudizio che  si  crea a  riguardo delle  imprese neonate è che  siano necessariamente innovative: in realtà questa è una caratteristica riguardante solo una piccola percentuale di esse.Ciò è ripreso anche dall&#8217;imperativo Shumperiano, secondo cui, come un fenomeno innovativo, spesso i nuovi imprenditori non hanno un&#8217;idea innovativa (solo il 5-10% delle imprese apporta innovazioni).<br />
Vi sono diverse motivazioni che portano al fallimento dell&#8217;azienda, tra questi sicuramente rivestono un&#8217;importante  peso  l&#8217;imperfezione  dei  mercati  dei  capitali,  che  rende difficile  il  reperimento di nuovo credito in particolar modo per le piccole imprese. Altro fattore da teenre in considerazione è la  sottocapitalizzazione  rispetto  al  desiderio  dei  investimento  dell&#8217;imprenditore,  ovvero  l&#8217;aprire un&#8217;impresa più “scarsa” rispetto a quella che si è in grado o si deasidera aprire.<br />
Nel decidere se erogare un sussidio occorre distinguere tenendo conto di due effetti:<br />
&#8722; effetto peso morto (deadweight):  ovvero offrire un sussidio per dei  fenomeni  che non hanno bisogno di essere incentivati: si consideri ad esempio il sussidio alle natalità, nonostante in italia ci  siano  fra  i  tassi  di  natalità più alti  in europa.  Tale effetto si  ha anche quando si  offrono incentivi  agli  operatori  più  innovativi,  che  probabilmente  sarebbro  entrati  comunque  nel mercato e sarebbero sopravvissuti.<br />
&#8722; Effetto  sostituzione:  ovvero  si  sussidiano  delgli  imprenditori  che  altrimenti  non  sarebbero vissuti  a danno di  altri  più bravi  che però non hanno diritto al  sussidio.  Basti  pensare agli incentivi ai giovani imprenditori, che vanno a danneggiare imprenditori di età maggiore.<br />
Occorre perciò cercare di minimizzare questi due effetti, con leggi moltoselettive nel meccanismo di erogazione del sussidio. Si potrebbe erogare il sussidio post-entry,  dopo che il mercato ha già attuato  una  prima  selezione,  identificandolo  quindi  con  un  sussidio  alla  crescita,  dopo  la dimostrazione di abilità imprenditoriale.<br />
Alcuni esempi legislativi sono forniti dalla legge marcora  (49/85), dove si propose di commutare la cassa integrazione di sussidio alla fondazione di nuove imprese, indirizzando cioè I disoccupati alla fondazione di nuove imprese. Un altro esempio legislativo è la legge De Vito 44/86, che riguardava l&#8217;imprenditorialità nel  mezzogiorno.  A partire dagli  anni  90 ha riguardato anche alcune zone del nord anche ricche ma dove erano state chiuse grandi imprese. Questa legge chiedeva al proponente un business plan ad erogare soldi  tali  da coprire anche  il  90% del  capitale di  rischio.  Tuttavia  i controlli erano meramente contabili e non si seguivano le imprese nel loro sviluppo quindi i risultati sono stati  modesti.  Altri esempi  legislativi  sono alcune leggi  regionali  degli  anni 80 e il  decreto Tremonti del 94, con agevolazioni fiscali a favore dei disoccupati che fondassero nuove imprese.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/274/entrata-ed-uscita-di-nuove-imprese-e-politica-economica.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Politica industriale per l&#8217;ambiente</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/272/politica-industriale-per-lambiente.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/272/politica-industriale-per-lambiente.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:29:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nascita delle imprese in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[politica industriale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=272</guid>
		<description><![CDATA[Esistono diverse economieesterne ambientalicreate dalprocesso di trasformazioneindustriale, l&#8217;impresa infatto cerca di ottimizzare la propria posizione economica ma arreca una danno a livello sociale.Solitamente non vi è una perfetta informazione tra i soggetti economici coinvolti, la legislazione non è specifica elatransazione diventa molto costosa,per cui l&#8217;intervento pubblico diventa necessario. L&#8217;impresa che consideri il benessere collettivo produce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Esistono diverse economieesterne ambientalicreate dalprocesso di trasformazioneindustriale, l&#8217;impresa infatto cerca di ottimizzare la propria posizione economica ma arreca una danno a livello sociale.Solitamente non vi è una perfetta informazione tra i soggetti economici coinvolti, la legislazione non è specifica elatransazione diventa molto costosa,per cui l&#8217;intervento pubblico diventa necessario.<br />
L&#8217;impresa che consideri il benessere collettivo produce di meno ed a prezzi più alti.<span id="more-272"></span></p>
<p>Si possono ipotizzare tre tipi di interventi:<br />
&#8722; uno regolatorio, ovvero individuare il livello ottimale di inquinamento e l&#8217;impresa deve fissare lo standard fissato dallo stato;<br />
&#8722; la tassazione;<br />
&#8722; l&#8217;incentivo, ovvero lo stato finanzia le imprese che riducono le emissioni di sostanze inquinanti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/272/politica-industriale-per-lambiente.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Politica industriale per la concorrenza</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/269/politica-industriale-per-la-concorrenza.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/269/politica-industriale-per-la-concorrenza.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:26:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nascita delle imprese in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[politica industriale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=269</guid>
		<description><![CDATA[In questo contesto possiamo dividere tre diversi tipi di politica idustriale: &#8722; Politica antimonopolistica (antitrust), nata negli usa con sherman act nel 1890 per combattere la collusione e abusi di posizioni dominanti. In Italia esiste solo dal 1990; &#8722; Politica per l&#8217;efficienza dei mercati finanziari, orientato prevalentemente alle piccole imprese, che incontrano maggiori difficoltà ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questo contesto possiamo dividere tre diversi tipi di politica idustriale:<br />
&#8722; Politica antimonopolistica (antitrust), nata negli usa con sherman act nel 1890 per combattere la collusione e abusi di posizioni dominanti. In Italia esiste solo dal 1990;<br />
&#8722; Politica per l&#8217;efficienza dei mercati finanziari, orientato prevalentemente alle piccole imprese, che incontrano maggiori difficoltà ad ottenere dei finanziamenti, ed è orientata alla costituzione di un mercato delle imprese e ad una maggiore efficienza del mercato azionario;<span id="more-269"></span><br />
&#8722; Politica per l&#8217;innovazione tecnologica, dove la crescita economica è legata all&#8217;innovazione. Ciò viene dimostrato soprattutto con l&#8217;esempio di USA e Giappone. L&#8217;innovazione infatti comporta  vari problemi, primo fra tutti quello dell&#8217;appropriabilità, ovvero della difficoltà a godere delle  rendite generate da l&#8217;innovazione apportata, cui si è cercatodi apportare parziale soluzione tramite l&#8217;istituzione dei brevetti. Altri ancora osno la divergenza tra interesse pubblico e privato, la duplicazione delle spese ( infatti diverse spese concentrano notevoli investimenti per raggiungere lo steso scopo) ed i rischi concernenti riecerca e sviluppo. Possibili soluzioni sono date dall&#8217;istituzione di brevetti, la produzione pubblica, sussidi, cooperazione tra imprese e ripartizione del rischio.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/269/politica-industriale-per-la-concorrenza.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Politica industriale settoriale</title>
		<link>http://www.finanzarapisarda.com/educational/266/politica-industriale-settoriale.html</link>
		<comments>http://www.finanzarapisarda.com/educational/266/politica-industriale-settoriale.html#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Feb 2010 16:23:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nascita delle imprese in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[politica industriale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.finanzarapisarda.com/educational/?p=266</guid>
		<description><![CDATA[Anche in questo caso gli interventi possono essere indirizzati a diversi obiettivi. Abbiamo innanzitutto una politica industriale volta ad incentivare l&#8217;industria nascente, promuovendola tramite sussidi. Può essere una scelta vincente allorchè si verifichino tre condizioni: &#8722; l&#8217;entrata sia sostenibile solo a costi elevati o non recuperbili; successivamente l&#8217;entrante potrebbe conseguire profitti solo grazie al sostegno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche in questo caso gli interventi possono essere indirizzati a diversi obiettivi. Abbiamo innanzitutto una politica industriale volta ad incentivare l&#8217;industria nascente, promuovendola tramite sussidi. Può essere una scelta vincente allorchè si verifichino tre condizioni:<br />
&#8722; l&#8217;entrata sia sostenibile solo a costi elevati o non recuperbili;<br />
successivamente l&#8217;entrante potrebbe conseguire profitti solo grazie al sostegno statale;<br />
&#8722; Il valore attuale dei profitti sarebbe negativo sensa il sostegno, mentre quelli dei valori incrementali del surplus collettivo è positivo.<span id="more-266"></span> Si può dimostrare che la tesi del sussidio è sostenibile in un paese grande nel caso in cui l&#8217;ingresso del produttore non riesca a ridurre il prezzo pagato per importare il bene; se invece il prodotto nazionale dovesse colludere con quelli stranieri allora non ci sarebbe incentivo al sussidio. Più è forte la dipendenza dal paese estero da cui si importa e più diviene forte anche l&#8217;incentivo al sussidio. In un paese piccilo invece sono giustificabili l&#8217;esistenza delle tariffe.<br />
La politica industriale è strutturale anche quando va a sostegno di un settore in declino, allorquando la crisi è imputabile alla caduta della domanda (ad esempio il ciclo di vita del prodotto). Argomenti efficientisti a favore dell&#8217;intervento in questi casi sono:<br />
&#8722; localizzazione concentrata: i settori industriali infatti si concentrano spesso in specifiche aree, quindi se il settore entra in crisi entra in crisi anche l&#8217;area;<br />
&#8722; facilitazione dell&#8217;uscita di imprese dal settore in declino.<br />
Ritroviamo anche però motivazioni più tecniche, quali:<br />
&#8722; mercati contendibili: a causa dei sunk costs le imprese anche se in crisi non vogliono uscire dal mercato ma si accordano per non fare entrare le nuove imprese, causando così stagnazione del mercato. Lo stato potrebbe intervenire tramite sussidi per favorire l&#8217;uscita delle vecchie imprese oramai inefficienti che detengono il controllo del settore;<br />
&#8722; equilibrio di Cournot: secondo questo modello le imprese interagiscono simultaneamente sulla quantità, non vi sono BAE e perciò al crescere delle imprese si avranno inefficienze delle vecchie imprese rispetto alle nuove che sono più dinamiche. Lo stato perciò dovrebbe favorire l&#8217;uscita delle vecchie imprese, con problema però di redistribuzione del surplus da imprese a consumatori.<br />
Un altro tipo di politica strutturale riguarda le politiche regionali ed ha come oggetto di riferimento le singole regioni o aree geografiche che comprendono più regioni. Tali squilibri territoriali possono essere causati dalla scarsità di infrastrutture territoriali, ma anche da diseconomie esterne come la mancanza di altre imprese e mercati non organizzati, o ancora da capitale umano non adeguato.<br />
Secondo la teoria della mano invisibile di adam smith non c&#8217;è bisogno dell&#8217;intervento statale, perchè i settori industriali sono in gradi di oequilibrarsi da soli, ma nella realtà l&#8217;intervento statale potrebbe comunque essere opportuno e potrebbe essere percorribile tramite incentivi alla riduzione al costo del lavoro e del capitale, o in alternativa con la creazione di infrastrutture.<br />
Si è inoltre argomentato di come si possano indirizzare delle politiche di sostenimento a singole imprese nazionali in crisi o a sostegno di impre il cui sviluppo è ritenuto fondamentale. Questo tipo di politica strutturale va sotto il nome di picking the losers (quando l&#8217;impresa è in crisi), con effetto transitorio, e piching the winners (quando invece è fondamentale), con efeftto duraturo. Vengono impiegate prevalentemente per evitare l&#8217;eccessiva dipendenza dal mercato estero in settori strategici  anche in vista di eventuali guerre, per avere un&#8217;autonimia di produzione.<br />
Infine un particolare tipo di politica strutturale è la domanda pubblica, la cui gestione può generare effetti distorsivi sul processo concorrenziale per tre ragioni:<br />
&#8722; vi sono settori la cui domanda dipende fortemente dalla spesa pubblica nazionale, come il farmaceutico (legato al servizo sanitario nazionale), e può essere una dipendenza economica (ovvero sulle quantità richieste) o di prodotto (ovvero della qualità dei modelli richiesti)<br />
l&#8217;operatore pubblico agevola gli acquisti da operatori nazionali;<br />
&#8722; le modalità di gara d&#8217;appalto incidono sul prezzo pagato dal governo e sull&#8217;efficienza del settore. Il concetto di politica industriale viene introdotto in Italia negli anni 70. Negli ultimi 30 anni la politica industriale strutturale europea si sviluppa in tre dimensioni:<br />
&#8722; ricerca e sviluppo: ad orientamento settoriale, con il settore nucleare a fare da battistrada, seguito da quello riguardante l&#8217;high tech;<br />
&#8722; la gestione delle crisi settoriali: tra i 70 e gli 80 ad esempio ci si è rivolti a settoricome il tessile o siderurgia e cantieristica;<br />
&#8722; protezionismo: che non deve andare però ad ostacolare la ristruttirazione, perchè rischia di ridurre la concorrenza ed il confronto con l&#8217;esterno, portando una scarsa efficienza e di conseguenza un innalzamento dei prezzi.<br />
In Italia la politica industriale ha spesso adottato politiche di difesa di settori e/o imprse in crisi e si è prodotta in particolar modo per l&#8217;industrializzazione del mezzogiorno. Non c&#8217;è stata una politica industriale attiva, propositiva, ma di difesa. Gli strumenti utilizzabili sono tre: le partecipazioni statali, gli incentivi e i trasferimenti ad imprese private.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.finanzarapisarda.com/educational/266/politica-industriale-settoriale.html/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

