Privatizzazioni e nuovi attori 1996-2001
L’adesione alla moneta unica ed il risanamento obbligato
La decisione di entrare subito nell’unione europea costrinse Prodi ad una manovra finanziaria molto pesante in grado di riportare l’inflazione dal 4% a circa l’1,7%. Contestualmente si dovette modificare la politica industriale attraverso:
- sussidi all’impresa del mezzogiorno;
- privatizzazione di imprese pubbliche e liberalizzazione dei servizi pubblici;
- ridefinizione normativa della corporate governance con l’introduzione di norme per una maggire trasparenza dei bilanci.
Uno dei problemi principali che aveva l’Italia era quello di non riuscire a spendere I fondi comunitari per le aree depresse se non in minima parte, anche perchè piuttosto che realizzare progetto veri e propri come avveniva in Francia, se era soliti distribuire I fondi direttamente alle imprese. Bisognava organizzare una programmazione pubblica in modo da costringere le regioni a realizzare progetti su cui poi rendere conto all’Unione Europea.
La chiusura dell’IRI e la liberalizzazione delle telecomunicazioni
Il 28 giugno 2000 si riunì l’ultimo CDA dell’IRI per decretarne lo scioglimento, visto che era stato compiuto il compito di privatizzare o liquidare tutte le partecipazioni come era stato stabilito nel 1997.
Fin da subito, nel 97, se cedette il comparto dei telefonici (Telecom) collocandolo presso un pubblico molto diffuso. Successivamente, sempre in quell’anno la Maccarrone passò a Benetton così come Banca di Roma ed Ifi. Nel 1998 fu il turno di Alitalia, che dopo essere stata ricapitalizzata venne collocata permettendo all’Iri di scendere dall’85% al 53%. Sempre nel 1998 furono raggruppate tutte le attività aerespaziali e della difesa su Finmeccanica, che dopo la ristrutturazione verrà quotata nel 2000. Nello stesso 2000 verrà conclusa anche la privatizzazione di Autostrade che finirà in mano dei Benetton. Infine si procederà con la cessione di Aeroporti di Roma alla Gemina di Romiti. Dal 1997 al 2000 l’IRI fece dismissioni per un totale poco inferiore ai 210mila miliardi di lire, le partecipazioni rstanti furono quelle in Rai, Tirrenia, Fimcantieri ed Alitalia.
Sul mercato azionario finiscono moltissime valide società in pochi anni, permettendo uno sviluppo della borsa che fino a poco prima era marginale. Il pubblico dei risparmiatori si avvicina al mercato azionario permettendo al governo di ridurre le emissioni di titoli a reddito fisso e migliorando quindi, almeno in parte, l’indebitamento. Le imprese cedute sino al 2000 dall’Iri capitalizzano il 33,9% dell’intera capitalizzazione di borsa.
La vendita di Telecom dette il via alla liberalizzazione del settore telefonico, cui seguirono le licenze per I cellulari di prima generazione e per gli UMTS. LA scalata ostile a Telecom da parte di Colaninno tramite Olivetti portò alla luce il nuovo capitalismo, quello cresciuto all’interno dei distretti. La nuova Olivetti-Telecom era un gruppo molto indebitato e con una lunghissima catena di controllo molto omogenea (scatole cinesi). Il gruppo nel 2001 fu acquistato da Tronchetti Provera senza ricorrere all’offerta pubblica.
Attori e scenari al vertice dell’industria italiana.
Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da importanti cambiamenti:
- La dismissione della società facenti parti dell’Iri;
- Nuovi imprenditori e distrettiindustriali;
- Riorganizzazione delle vecchie famiglie.
I privati si riorganizzarono ed entrarono in quei settori un tempo ad esclusivo appannaggio pubblico e che presentavano utili superiori alla media a fronte di una concorrenza non elevata. Ad esempio Montedison abbandona la chimica per dedicarsi alla telefonia ed all’energia (acquisendo le centrali Falk), o i Benetton acquisiscono Autogrill ed Autostrade, mentre municipalizzate come Aem ed Acea crescono tanto e decidono di ampliarsi verso settori a loro nuovi come le telecomunicazioni. Con la scomparsa dell’Iri al vertice dell’industria italiana restano solo Fiat, Eni e Telecom per fatturato.
Oligopolio europeo, globalizzazione e nuovi giochi italiani
All’estero si stava sviluppando un modello d’impresa basato sulla proprietà diffusa con un nocciolo duro aziendale molto piccolo ed in mano a grosse banche o azionisti stabili. Tutto il resto finiva sul mercato. Le imprese italiane il cui nocciolo duro è a carattere familiare o parentale sono poco diffuse come azionariato e praticamente non scalabili. Ad aumentare ulteriormente la staticità dell’azionariato concorrono accordi parasociali e concordati vari.
Tale situazione ha reso impossibili scalate e fusioni ed ha inciso nella già ridota dimensione (medio-piccola) delle imprese italiane con non sono riuscite ad adeguarsi alle società estere che fusione dopo fusione erano arrivate ad operare quasi da oligopolisti. Inoltre le società italiane attive si occupano di settori non innovativi e a basso contenuto tecnologico, con investimenti insufficienti e ipotecando cioè il loro futuro. Oltre I ¾ dell’occupazione italiana è garantita dalle piccole e medie imprese, contro una percentuale decisamente inferiore rispetto agli altri stati.
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