Le imprese italiane negli anni del rilancio europeo 1985-96

L’industria alimentare in europa
Negli anni 70 il mercato alimentare era basato su imprese medio piccole, specializzate ed operanti localmente, a parte due multinazionali quali Nestlè ed Unilever. Nella seconda parte degli anni 80 con la possibilità di esportare prodotti liberamente, si rende necessaria una riorganizzazione del settore, che avverrà tramite fusioni ed acquisizioni. Danone (BNS) e Fiat si uniscono ed iniziano una lunga serie di acquisizioni tale da impensierire le due multinazionali che si vedono anche loro costrette a concentrare ulteriormente il mercato. A questi tre grossi gruppi si contrappongono Parmalat e Barilla, che nonostante le piccole dimensioni hanno politiche aggressive e si sviluppano velocemente. Anche il mercato della pasta s iva via via concentrando con le acquisizioni di Danone-BNS e soprattutto di Barilla (leader della pasta) che crescerà per linee esterne entrando anche nel comparto dei biscotti in cui il leader è BNS. Nella produzione di zucchero troviamo il gruppo Ferruzzi che attraverso Eridania acquisisce il controllo del mercato, ed espandendosi all’estero arriva ad essere il primo produttore in europa. La Buitoni Perugina venne acquisita da Debenedetti nel 1985 e poco dopo venne rivenduta a Nestlè. Sono anni in cui spariscono imprese storiche (Buitoni-Galbani) acquisite da multinazionali. Compaiono nuove stelle (Parmalat, Zonin e Cremonini) e cadono stelle come Ferruzzi.
Automobile e componentistica auto
Alla fine degli anni 60 ogni stato aveva il suo produttore nazionale, che all’interno operava quasi senza concorrenza. Venivano prodotte quasi esclusivamente utilitarie e poche macchine di lusso. Dagli anni 70 in poi l’equilibrio si rompe ed I produttori sono costretti a penetrare anche nei mercati internazionali per sopravvivere. La ristrutturazione verso questa strada per Fiat non fu affatto facile e nel 1974 venne chiamato come AD Cesare Romiti, fortemente voluto da Mediobanca. La Fiat venne ristrutturata come holding e scorporata in attività.
Negli anni 80 la famiglia Agnelli diversificò ulteriormente il proprio portafoglio entrando nel settore alimentare, ma anche assicurativo, chimico ed editoriale. Contemporaneamente riduce la partecipazione in Fiat, lasciando a Romiti piena libertà di movimento.
Anche Pirelli incontra qualche difficoltà dopo la mancata fusione con Dunlop e la fallita aacquisizione di Firestone e Continental. La situazione patrimoniale è drammatica e Tronchetti Provera, appena salito al comando, inizia un ridimensionamento del gruppo investendo in fibre ottiche e cavi. Nel 2001 il gruppo è risanato e scalerà Telecom.
Sono anche anni di alleanze, fusioni ed acquisizioni: Daimler acquisisce Chrisler, menter Renault stringe una partnership con Nissan. Fiat si muove verso GM.
Elettrodomestici bianchi
L’apertura del mercato giovò molto ai costruttori di elettrodomestici bianchi, che avevano innovato molto un prodotto semplice e si erano dotati di impianti dimensionalmente adeguati che gli permettevano di essere molto competitivi. I vecchi leader europei risposerò con un pò di ritardo alla nuova concorrenza italiana, concentrando il mercato alla fine degli anni 60. L’eccesso di capacità produttiva ed una domanda stagnante portò I produttori italiani in crisi. Le società come Ignis e Zanussi furono acquisite. Un pò più fortunati furono I Merloni ed I Fumagalli, che svilupparono aspetti economico finanziari diversi premiando la crescita interna, basata sulle innovazioni di prodotto, e facendo delle acquisizioni molto più oculate.
L’industria chimica
Il settore che più risentì della crisi fu quello chimico. Nel 1973 vi fu uno shock nei prezzi del petrolio cha passarono da 2 a 13 dollari in un mese, creando una vera e propria crisi petrolifera che mise a nudo la sovracapacità degli ipianti obsoleti. Nella prima parte degli anni 80 si procedette ad eliminare ¼ della capacità produttiva ed a concentrare il mercato al fine di recuperare un pò di redditività da impiegare in quei settori sempre chimici ma con margini maggiori.
Montedison alla fine degli anni 80 grazie alle sue innovazioni era diventata, insieme alla partner Hercules, la leader del mercato delle materie plastiche. Nel 1987 Hercules volle uscire dal business e Montedison acquisì l’attività. In quegli anni Raoul Gardini tramite Ferruzzi acquisì Montedison e riorganizzò le attività chimiche in die comparti: Hymont e Enimont.Enimont era nata incrociando le attività di Montedison ae Eni che adesso ne possedevano il 40% a testa, mentre il rimanente 20% era sul mercato. Ne era venuto fuori un colosso, che però non andò come si sperava per l’impossibilità di fondere I due management. La vicenda si trascinò per le lunghe, fino a quando Eni acquisì il 40% che era in mano di Montedison ad una cifra considerata all’epoca stradosferica. Nonostante Gardini fosse uscito da Ferruzzi nel 1991, incassando una buona uscita da 500 miliardi, non riusci ad evitare il procedimento che lo portò sotto inchiesta proprio per le cifre necessitate per la liquidazionie Enimont. Morì suicida nel 1993.
Nello stesso anno il gruppo Ferruzzi-Montedison proclamò la sua insolvenza, i Ferruzzi vennerò estromessi ed il salvataggio avvenne per mano delle banche creditrici, che la rinominarono Compart e la fecero uscire dal settore chimico. La nuova Montedison si concentrò nel settore alimentare con Eridonia ma anche nel farmaceutico e sucessivamente nelle telecomunicazioni (edisontel) ed energia, acquisendo la Falk. Nel 2001 venne scalata con opa ostile da Fiat ed EDF.
Il made in Italy e l’emergere di nuovi protagonisti
De Benedetti nel 1976 aveva venduto Gilardini alla Fiat in cambio del 5% della società e di un posto come AD. Ne uscì un anno dopo per incompatibilità con gli Agnelli. Tramite la sua finanziaria CIR acquisisce Olivetti, il Banco Ambrosiano Veneto (rapidamente rivenduto), la Buitoni Perugina (rivenduta a Nestlè) e altre società molto diversificate. Quando usci da Olivetti si concentrò maggiormente in un gruppo facente capo a Repubblica-Espresso.
Benetton, che inizialmente aveva un’impresa non diversa dalle altre intuisce che non c’è bisogno di un’unica fabbrica ma bisogna organizzare una rete di fabbriche autonome attraverso una logica accentrata per produrre beni di qualità da vendere attraverso una rete distributiva dedicata (in franchising). Il nuovo approccio all’imprenditore di questi anni può essere delineato in 4 punti:
- rapporto più intenso tra impresa e territorio, che porta ad utilizzare canali di subfornitura;
- sono tutte imprese con vocazione internazionale;
- vengono innovati con intelligenza settori tradizionali maturi;
- c’è una facilità nella gestione dei subfornitori che si ottimizzano facilmente. L’impresa capo deve occuparsi della logistica ed il brand, cioè gli intangibili asset che hanno reso famoso il Made in Italy.
Le nuove società non ricorrono più all’indebitamento bancario ma vengono quotate nei mercati internazionali. Le attività non cruciali del business pian piano vengono trasferite nell’est per sfruttare le possibilità di costi inferiori.

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