Ristrutturazione industriale e crescita, 1975-85
Anni di piombo e solitudini europee
Il venir meno del regime di stabilità del cambio ed il forte aumento del costo delle materie prime, in special modo del brent, portò ad uno stravolgimento della visione dell’economia e soprattutto de lsistema di produzione che non poteva più essere di massa ma doveva adattarsi repentinamente ai mutamenti del mercato. Al fine di contenere almeno parzialmente la fluttuazione dei cambi con l’adesionoe allo SME, si decise che il range massimo di fluttuazione tra le valute europee non dovesse superare il 2,75%. Ciò però danneggiava l’Italia, abituata a svalutare la lira per aumentare la propria competitività. Dopo varie contrattazioni, si giunse ad un accordo che permise all’italia di poter far oscillare la lira del 6%. Ad un disordine economico produttivo ne seguì uno molto marcato di natura sociale. In uesti anni si susseguirono attentati terroristici/mafiosi ed una lunghissima serie di scioperi.
Dalla produzione di massa allla concorrenza globale
Alla fine degli anni 60, dopo continui cali, le imprese tornarono flebilmente ad investire, ma prevalentemente per sostituire il capitale umano con quello delle macchine e per rimodernare gli impianti obsoleti senza però modificare l’organizzazione produttiva. Tale ammodernamento privo di inovazione nell’organizzazione produttiva porterà le grandi imprese ad una successiva crisi quando si passerà rapidamente da un mercato di massa ad uno in cui prevarranno le economie di scopo.
Nei mercati dei beni di massa (fordismo) l’efficienza produttiva la si raggiungeva con alti volumi di produzione di beni omogenei. Gli alti costi iniziali ed eventualmente di dismissione creavano grosse barriere. La concorrenza era basata sui prezzi ed alle piccole e medie imprese venivano lasciate le sole nicchie. Alla metà degli anni ’70 il mercato di massa di primo acquisto era già saturo, divenne perciò necessario premere su una domanda di sostituzione da sviluppare con differenziazioni di prodotti e continue innovazioni. Di fronte al calo della domanda interna I var iproduttori, venendo meno le barriere tariffarie, iniziarono ad esportare I loro prodotti nei mercati vicini facendo diventare mercato e concorrenza davvero globali. Si passa lentamente da una produzione di massa ad una economia di scopo che prevedeva appunto un aumento dela gamma dei prodolli e una riduzione del numero di unità prodotte per tipologia, senza disporre quindi dei vantaggi delle economie di scala.La parola d’ordine diventa flessibilità, ottenibile tramite la destrutturazione delle imprese verticalmente integrate con la creazione di impianti più piccoli ma specializzati e imprese funzionanti all’interno del gruppo dove al vertice stanno le holding industriali che si occupano del controllo finanziario e di quello strategico.
In questi anni di destrutturazioni iniziano a svilupparsi i distretti industriali, basati su strutture snelle ed efficienti in cui dilagava il sommerso, giustificato dalla necessità di sfuggire preima dai sindacati e poi fisco, ritenuto troppo oppressivo. Questi piccoli gruppi, capeggiati da padroncini, in pochi anni si svilupparono tanto da divenire dei grossi gruppi industriali capaci I innovare il prodotto da vendere nel mercato interno ma soprattutto all’estero.
La riorganizzazione degli impianti e delle imprese
Gli investimenti realizati a fine anni ’70 non indicano una fase di espansione ma sono riorganizzazioni degli impianti esistenti. Negli anni 50-60 venivano prodotti molti modelli base per grand quantità, con le innovazioni che divenivano presenti solo a partire dal successivo modello, con gli anni 80 vi sono invece modelli presentati tutti insieme e molto diversificati (vedi ad esempio fiat). La fabbrica degli anni 50-60 era data da linee di produzione lunghe ed ognuna adatta ad un solo ed unico modello: qui per inserier una innovazione era necessario bloccare la linea, introdurre l’innovazione e far ripartire il sistema. Negli anni 80 diventa una grande matrice, dove I pezzi vengono costruiti in maniera standard e quindi vengono utilizzati per più modelli, riducendo cos’ il numero di modelli ed aumentando I cruppi comuni a più modelli. L’impresa si riorganizza concentrando nei singoli impianti la produzione di una famiglia di beni differenziati governando il tutto come se fosse un’unica grande fabrica.
Piccole imprese e distretti industriali
Le campagne e le vallate a ridosso del triangolo industriale, che per anni avevano fornito lavoratori giovani, iniziano a pullulare di iniziative tanto da accaparrarsi il nome di “terza italia”, in contrapposizione al nord ovest industrializzato ed il sud marginalizzato. Tali distretti industriali sono aree aventi una forte specializzazione produttiva su base locale, all’interno dei quali è possibile rintracciare una divisione del lavoro fra imprese guida, che raggiungono il mercato con i propri marchi, ed imprese di subfornitura e di macchine o servizi. I vantaggi offerti da tale sistema sono:
- la possibilità di variare i volumi di produzione in base alle esigenze, affidando ai diversi subfornitori la realizzazione di beni semplici;
- la possibilità di offreire prezzi bassi riuscendo ad evadere le condizioni che venivano imposte alle imprese strutturate.
I punti di forza risiedono quindi nella capacità di gestione e di adattamento. Non essendo legati a grandi vincoli di subfornitura le piccole imprese non sono entrate in crisi come le grandi imprese, garantendo crescita ed occupazione.
Negli anni 80 anche nei distretti emergono I primi leader come Benetton o Luxottica, che iniziano a rifornirsi anche da fornitori esterni. La tradizionae teoria del ciclo di vita del prodotto era fondata essenzialmente sulla separazione dei mercati distinti in ragione di una domanda interna diversa per livelli e stadi di maturazione dello specifico prodotto, così che era possibile operare in diversi paesi successivamente, trasferendo gli stessi prodotti da paesi a domanda “matura” a paesi più arretrati nello sviluppo dei consumi di quel prodotto.
Il nuovo processo di internazionalizzazione si configura invece nell’ambito de un processo di globalizzazione della concorrenza, cioè una situazione di mercato in cui si confrontano imprese mltiprodotto, in grado di apreire contemporaneamente su più segmenti e più mercati locali, giocando diversi vantaggi produttivi su vari posizionamenti di mercato.
In conclusione, negli anni 75-85 le imprese italiane hanno ricercato essenzailemnte condizioni operative in grado di rispondere in modo efficace alla possibilità di produrre beni differenziati con vantaggi di scala, in un contesto non di espansione dei volumi di produzione. Ciò è avvenuto:
- dall’alto, riorganizzando la produzione rigida fordista, in un “sistema di produzione”, composto da fasi e flussi dagestire non più per linee separate ma come insieme integrato;
- dal basso, formalizzando progressivamente le relazioni tra piccole imprese e quindi organizzando sistemi di piccole imprese specializzate per fasi e legate da relazioni funzionali all’interno di un’area individuata come distretto.
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