La crisi economica più lunga 1965-75

La nazionalizzazione dell’energia elettrica
Già nel 1962 si parlava dell’opportunità di poter dare alla noazione un indirizzo di fonod economico atto ad assicurare un ritmo costante e non squilibrato alla crescita economica, tenendo in considerazione il consenso delle parti sociali in modo da evitare tensioni. Il comitato interministeriale per la programmazione economica doveva occuparsi di ciò quando però in realtà la situazione economica e sociale aveva già preso una brutta piega. La necessità di acquisire un seguito anche nelle classi sociali più povere era ben perrcepita dal governo delle DC, che fece di tutto per spaccare il fronte delle sinistre attraendo a se il partito socialista. A tal fine, anche per dimostrare un certo vigore contro I monopoli e favorire uno sviluppo di lungo periodo vene deciso di nazionalizzare l’energia elettrica, al tempo prevalentemente gestita da edison ed altre società minori. In realtà la nazionalizzazione non fu un processo indolore e moltissimi furono gli esperti che la definirono priva di senso economico, infatti per accaparrarsi le centrali esistenti lo stato pagò quasi duemila miliardi di lire alle 70 società che le gestivano, tra cui sip e sme. Tale valutazione derivava dal prezzo medio che tali società avevano avuto nel biennio 59-61 e che però era a premio di oltre il 30% rispeto al valore del 1962. L’operazione venne finanziata, in venti rate semestrali, con un prestito obbligazionario contratto da Enel ad un tasso del 5,5%.
Il decennio 1965-1975: Gli autunni caldi
Quando nel 1965 venne dichiarata l’inconvertibilità del dollaro in oro cadde di fatto il regime a cambi fissi che aveva dato stabilità nei rapporti fra le nazioni per 25 anni. La crescita del costo delle materie prime e l’aumento del costo del lavoro resero instabile il patto sindacale. Dalla crisi del 1963 in poi gli investimenti prima privati e poi pubblici si contraggono sensibilmente. L’unico elemento positivo in un contesto di profonda crisi è rappresentato solo dall’export, favorito dalla politica di svalutazione sistematica della lira. A partire dal 1969 tale politica non si rivela vincente a causa del forte aumento delle materie prime. Tra il 1969 ed il 1973, nonostante un periodo caratterizzato da conflittialità e stagnazione, riprendono gli investimenti che probabilmente sono atti a sostituire la forza lavoro con le macchine. Fino al 1976 saranno anni in cui a lievissime riprese seguiranno sempre bruschi affondi con le imprese che ridurranno il loro capitale di rischio ricorrendo all’indebitamento bancario, avendo prospettive in crescita. In questi anni l’IRI entrerà nel settore alimentare e l’ENI in quello tessile.
L’industria italiana nella recessione
Tra il 1963 ed in 1971 è possibile notare la diminuzione del peso delle imprese italiane autonome deai gruppi privati italiani, il forte aumento della presenza dei gruppi publici e il vertiginoso aumento della quota di fatturato delle imprese a capitale straniero. I finanziamenti offerti alle ex aziende elettriche furono dispersi in speculazioni, acquisizioni e scalate fallimentari che misero in luce quanto negativa fosse la classe imprenditoriale italiana. Gli interventi tramite le partecipazioni statali rappresentavano l’unico modo per porre al riposo un’industria oprivata al fiato corto da eventuali crisi dovute ad una cronica sottocapitalizzazione, alla bassa capacità tecnologica e ad un provincialismo che rilegava le imprese italiane a posizioni di dominanza solo sul mercato interno tradizionalmente protetto. Se avevano necessità di nuovo capitale le imprese italiane, in genere medio piccole ed a conduzione familiare, preferivano ricorrere all’indebitamento bancario piuttosto che al mercato mobiliare in cui magari sarebbe stato più facile trovare potenziali entranti competenti ed interessati a crescite sostenibili di lungo periodo.
Sempre più il capitalismo italiano appare come un quadrato, ai cui vertici stanno da una parte il gruppo Fiat Agnelli e Montedison e dall’altra IRI ed ENI, ed al cui interno pochi centri svolgono la funzione di scambiatori ed intermediari, come Bastogi e le Generali sul lato privato e sempre più Mediobanca, che aveva capitale pubblico ed essendo quindi blindata poteva garantire gli equilibri.
Dieci anni di crise fanno rpecipitare la situazione interna sia di Fiat che di Montedison. La prima è al centro di uno scontro sindacale gravissimo, mentre la seconda, che è stata scalata ostilenmte da Eni, tramite veti opposti ne blocca costantemente le decisioni. Si apre in questo clima la stagione di ristrutturazione della grande industria italiana e soprattutto della sua governance. Viceversa, in settori molto più piccoli si stava avviando un processo di ristrutturazione sistematico ma anche spontaneo che prevedeva il decentramento produttivo ed il lavoro su commessa. In questo modo si evitava il sorgere dei problemi sindacali e date le dimensioni più contenute ci si poteva adattare più velocemente alle variazioni congiunturali. Era l’inizio dei distretti industriali.

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