Cosa limita l’espansione di un’impresa
Si tratta di un problema descritto efficacemente da Williamson e che va sotto il nome di “intervento selettivo”: poniamo che 2 imprese si integrino; esse possono continuare ad operare come prima e l’intervento autoritativo limitarsi a circostanze in cui è palesemente conveniente, in tal caso si realizza la condizione :
pI=p1+p2
In tale contesto, potendo sempre alla peggio simulare il comportamento disintegrato, non si pongono limiti all’espansione dell’impresa -> “tutto impresa”.Nella realtà tali limiti esistono, ed occorre dare delle spiegazioni:
a) Spiegazioni “tecnologiche”: Viner (1932) identificava una DOM oltre la quale si hanno “diseconomie di scala”; Lucas (1978) riferisce tale minimizzazione dei costi all’allocazione di input manageriali scarsi. Tuttavia tali spiegazioni non sono robuste rispetto all’obiezione dell’”intervento selettivo”: se vi sono diseconomie, si può sempre operare dividendo l’impresa in sotto-unità.
Più che ad una visione “tecnologica”, occorre riferirsi all’impresa come un “insieme di contratti” (da Alchian – Demsetz a Grossman – Hart)
b) Come visto precedentemente, l’integrazione può dar luogo al problema del free-rider e alla necessità di monitorare e/o incentivare i subordinati. Tuttavia monitoraggio ed incentivi sono strutture informative complicate e soggette a diseconomie di scala (in Williamson 1967 si vede come il moltiplicarsi dei livelli gerarchici implichi una distorsione crescente e costi unitari crescenti). Ecco quindi che i costi e le diseconomie associate alla struttura informativa possono spiegare l’arresto della crescita di un’impresa. L’obiezione dell’intervento selettivo è ancora valida in caso di effettiva separabilità delle sotto-unità, ma abbiamo visto come funzioni superadditive consentano certi output solo tramite un’effettiva produzione congiunta. Inoltre, anche razionalizzando le strutture informative in divisioni parallele e funzioni in staff, rimane comunque la presenza di diseconomie di scala (informativo-burocratiche) a livello di quel vertice a cui hanno capo tutti i contratti incompleti.
c) Si è vis to come l’interpretazione possa essere un modo per garantire un investimento specifico. Tuttavia, gli investimenti in capitale umano possono invece essere maggiormente incentivati da situazioni di reciproca interdipendenza (Holmstrom- Tirole 1989).In altre parole, l’incentivo all’aggiornamento e alla formazione può essere superiore prima di trovare un impiego rispetto ad una situazione in cui si è già all’interno di un’impresa che si avvantaggia di gran parte del surplus derivante dall’investimento.
d) integrazione e la crescita comportano dei cambiamenti che incidono sui flussi informativi e possono comportare effetti disincentivanti. Ad esempio il “management” integrato potrebbe essere disincentivato dal fato di non essere più giudicabile singolarmente (non vi sono più azioni quotate, input ed output sono mischiati con altre formazioni di manager) oppure si potrebbero moltiplicare i “costi di influenza”, ossia gli atteggiamenti dei subordinati utili per la propria carriera, ma dannosi per l’impresa. Tutte queste spiegazioni insistono quindi sulle “distorsioni informative” e sulla difficoltà/costosità di predisporre adeguate strutture di monitoraggio ed incentivazione. Tuttavia, si trascura la questione importante del potere e del conflitto di interesse. In questa ottica, l’espansione di un’impresa si arresta laddove si incontra un rivale nazionale od estero più forte. Ciò non esclude margini di cooperazione (per esempio in ricerca e sviluppo o progettazione) ma il secondo stadio del gioco è comunque “guerreggiato”.Tutte queste teorie sembrano sottovalutare il “conflitto intercapitalistico” che oppone le imprese (specialmente grandi gruppi).Sottolineando unicamente gli aspetti tecnici e/o informativi, si perde quest’aspetto conflittuale che spiega sia la tendenza all’espansione sia la necessità di fermarsi. Questo aspetto del potere e della selezione è parzialmente catturato dalla teoria evolutiva dell’impresa (punto G precedente) e dall’articolo di Grossman-Hart (1986).
e) Se assumiamo che persista un conflitto di interesse fra il “management integrante” e il “management integrato”, l’integrazione porterà ad un sovrainvestimento di chi integra e ad un sottoinvestimento di chi è integrato (la nuova autorità favorisce cioè le attività connesse al “management integrante”). Ne segue che l’integrazione può avere dei benefici ma anche dei costi. Si hanno benefici nel caso in cui l’investimento dell’integrante è cruciale e dei costi nel caso opposto o nel caso in cui entrambi gli investimenti sono importanti. Quindi l’integrazione (nel senso giusto) è conveniente solo nel caso l’investimento di una delle due parti è cruciale (spiegazione E dell’esistenza dell’impresa).L’effetto disincentivante sul management integrato è particolarmente grave per gli investimenti intangibili (capitale umano, sforzo) difficilmente comandabili.
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