Diseconomie di scala, PMI e distretti industriali

Esistono in realtà diseconomie di scala, che possono essere interne ed esterne: le interne sono dovute alla complessità organizzativa ed ai costi di gestione, quelle esterne al costo del lavoro, le diseconomie di agglomerazione quali costi di organizzazione. Tali diseconomie bilanciano le economie formando la classica forma ad U dei costi medi, il cui punto di ottimo è diverso da settore a settore. Le economie di scala prima o poi si esauriscono mentre si generano sempre più diseconomie. Ad un certo punto prevalgono le diseconomie manageriali e organizzative (vedi T.I.) con altissimi costi di incentivo e monitoraggio di manager e lavoratori (vedi separazione proprietà-controllo e impresa come squadra in T.I.).
Tali elementi hanno indotto negli ultimi 25 anni ad analizzare i vantaggi delle piccole dimensioni e, in particolare, dei distretti industriali, analizzati da giacomo Becattini.
E’ un discorso speculare a quello sviluppato da Schumpeter e Penrose, che ritenevano che la tendenza fosse verso la grande impresa. A partire dagli anni 70 le grandi imprese entrano in crisi mentre le piccole imprese mostrano una tenuta più che sorprendente. Ciò era dovuto a:
1) decentramento produttivo. Le grandi imprese a causa dei costi tendono a decentrare parte della produzione facendola svolgere dalle piccole imprese dell’indotto (esternalizzazione).
Questa ipotesi faceva apparire la situazione come transitoria, ma resta ancora valida in alcuni casi. Non è però una tesi esaustiva, in quanto spiegava solo l’andamento buono delle piccole imprese dell’indotto ma non di tutte le altre.
2) Tecnologia (flessible manifacture system o macchine a controllo numerico). Garantiscono alle piccole imprese una grande flessibilità e, quindi, il grande vantaggio in un mercato variabile (in termini di quantità) e vario (in termini di qualità e modelli).
3) Fasi. Si rafforza la possibilità della specializzazione per fasi: anziché realizzare il prodotto finito lo si può scomporre in n fasi gestite ciascuna da una piccola impresa. Si realizza una linea di piccole imprese che realizza lo stesso prodotto di una grande impresa ma probabilmente con costi minori.
4) Lavoro. Con la fine degli anni 60 si ha una mobilitazione collettiva dei lavoratori ed una condanna dell’organizzazione fordista, con il desiderio di uscire dalla grande impresa e fondare una piccola impresa gestita in proprio. Si ha insofferenza verso la produzione di massa e la tendenza a mettersi in proprio.
Tutte queste ragioni spiegano il vantaggio della piccola impresa, ma il concetto di distretto industriale è più ampio. Se valgono le ipotesi 2, 3 e 4, le imprese sono tendenzialmente concentrate ed appartengono allo stesso settore industriale, si ha così il distretto industriale che, nella definizione di Becattini, è un’area circoscritta specializzata in un settore industriale e caratterizzata da una rete di piccole e medie imprese interrelata tra di loro ma non gerarchicamente collegate.
I vantaggi della produzione di larga scala possono essere conseguiti sia raggruppando in un unico settore numerosi piccoli produttori, sia costruendo poche grandi officine. In tal modo si sfruttano economie di scala esterne quali economie di localizzazione ed economie di urbanizzazione.
Il fenomeno dei distretti industriale prende così piede da essere oggetto di attenzione non solo della disciplina economica ma anche di quella sociologica. Un importante contributo è stato quello di Bagnasco che ha proposto la teoria delle tre Italie (Sud, Nord-Ovest e Nord-Est e Centro, dove in quest’ultimo si è vista la maggior crescita di settori industriali). Negli anni 80 fioriscono numerosi studi a favore dei distretti industriali, non solo a livello nazionale, basti pensare a Piore e Sabel che hanno basato le loro teorie su ricerche condotte in Emilia Romagna.
Si arrivò ad esagerare in queste apologie dei distretti industriali e nel tentativo di esportare il modello. Già negli anni 80 la bilancia aveva iniziato a tornare indietro favorendo le grandi imprese, le teorie perciò arrivano sempre in ritardo favorendo una maggior prudenza.
Nel caso degli anni 80-90 si è infatti allentata la pressione settoriale, il peso dei salari sui costi totali è tornato sui livelli del 60%, come negli anni 50, dopo aver toccato anche punte del 70% negli anni 70. Nel contempo si sviluppa l’ICT, che consente di connettere in un unico sistema informatico aziendale le nuove tecnologie superando le stand alone machines e garantendo elevata flessibilità alla grande impresa.
Il censimento del 1991 mette in luce un recupero delle grandi imprese in termini di produttività e di efficienza, mentre i distretti industriali fanno ritenere alti tassi di fallimento e di disoccupazione, anche a causa della concorrenza del mercato cinese nel settore tessile, lanciando così segnali di crisi. Occorre evitare di enfatizzare troppo il distretto, del tutto inadatto a determinati settori (automobilistico, telecomunicazioni) che invece esigono grandi dimensioni. Ciò genera distorsioni anche nella politica economica che tende ad incentivare i distretti.
Esistono ancora distretti industriali anche se si osserva un fenomeno di aggregazione del distretto attorno ad un’impresa leader (gerarchizzazione dei distretti), prevalentemente al fine di godere di condizioni finanziarie migliori. Un esempio è fornito da luxottica, che ha una funzione di leadership nel settore degli occhiali.
Le dimensioni sono in parte legate a specializzazioni settoriali ma possono danneggiare in termini di competitività (i settori tradizionali incontrano la concorrenza del nordafrica, dell’asia).
Non è vero che un paese che continua a ribadire la propria specializzazione mantiene la propria posizione, tende anzi a scendere nella graduatoria internazionale (basti osservare il caso dell’Argentina, con una crisi dovuta alla continua conferma della struttura industriale dei primi del 900).

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